venerdì 17 febbraio 2017

Centrosinistra, Campo progressista, nuovo Ulivo, ... prima dimmi cosa vuoi poi con chi vai.

Michele Bonforte

Un'orgia politicista sta sommergendo quanti (pochi?) si interessano del destino della sinistra in Italia. L’implosione del PD di Renzi sta facendo esplodere ogni altro progetto politico collaterale. Il proscenio è occupato da protagonisti che si auto propongono come federatori, pontieri e veri unitari, che si sbizzarriscono nelle formule politiche. Chi recuperandole dalla discarica della storia, chi dal cestino della cronaca, chi inventando formule agricole. Il tutto nel totale vuoto di idee sul che fare, e nella bizzarra rimozione di quanto è successo non dico negli ultimi anni, ma negli ultimi mesi.
Il governo Renzi, sulla scia dei governi che lo hanno preceduto, ha applicato la solita politica liberista in economia: liberare le azienda da qualunque vincolo sull’uso del fattore lavoro per avviare la ripresa. Ci ha aggiunto l’uso di una nuova spesa pubblica in deficit (concessagli da una accondiscendente commissione europea) per acquisire il consenso alla costruzione della propria leadership sulle macerie della Costituzione.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. In tre anni di governo Renzi può vantare all’attivo solo il provvedimento sulle unioni civili. Catastrofico il suo operato invece nella politica economica e sociale, con l’Italia ultima in Europa per PIL ed occupazione (persino dietro la Grecia!). Tonfo del grande disegno di modifica autoritaria della Costituzione, malgrado un anno di campagna elettorale con uso monopolistico della TV e della grande stampa.
Ma se Renzi ha perso sul fronte esterno, ha invece vinto su quello interno del PD. Lo ha trasformato in un suo strumento personale con una linea politica centrista, lontano mille miglia dalla storia della sinistra, e vicino all’eredità del primo Berlusconi. Se ne accorta la sinistra interna al PD, che ora è costretta ad una scissione per l’impraticabilità del campo interno al PD.
Diventa oggi evidente a tanti quello che è stato evidente per anni a pochi: la nascita del PD ha subordinato la sinistra all’egemonia politica del centro. E lo ha fatto non in anni recenti, ma fin dalla nascita dell’Ulivo, quando i governi di centrosinistra erano impegnati a smantellare tutte le difese del lavoro dalla globalizzazione, e a liberalizzare i movimenti dei capitali.
La sinistra deve oggi recuperare umiltà ed autonomia.
L’umiltà di capire che anche grazie ai propri errori si è creato uno spazio politico oggi riempito dal M5S che da rappresentanza alla delusione di parte rilevante di quello che era stato il suo elettorato. Uno spazio grande che oggi ha una sua cultura politica con cui occorre confrontarsi, e che è indispensabile per costruire l’alternativa nel nostro paese.
L’autonomia soprattutto dal centro renziano, che non è un possibile interlocutore ma un probabile avversario politico. La sinistra deve costruire una propria proposta per uscire dalla crisi sociale e economica di questo ultimo decennio.
Lo deve fare riprendendo con coraggio il proprio bagaglio di proposte, con decisione e tenacia: tobin tax e ripristino di controlli sui movimenti di capitali, tassa patrimoniale per ridurre le tasse sui redditi bassi e varare un piano di investimenti sulla manutenzione del territorio per creare lavoro, incentivi alla riduzione dell’orario di lavoro per dare uno sbocco alla disoccupazione tecnologica, piano marshall per il mediterraneo per dare una risposta alla fuga dalla guerra e dalla miseria di milioni di immigrati, rivoluzione ecologica per adattare il nostro sistema di vita alle conseguenze prossime del riscaldamento globale.
Per mettere mano ad un piano simile occorrerà toccare i privilegi fiscali dei ceti benestanti.
Da 40 anni la tutela del diritto all’evasione fiscale sta alla base di tutte le alleanze politiche che hanno avuto accesso al governo. Governi di destra e di sinistra, chi rivendicandolo chi no, hanno di fatto contribuito a spostare i redditi dal basso verso l’alto. Nel mercato con la riduzione delle retribuzioni e l’esplosione dei bonus dei manager, nella politica con le tasse sugli ultimi e gli sgravi e l’impunità fiscale sui primi.
Per realizzare questa svolta occorre una formula politica che non si basi sul consenso di quei 5-6 milioni di italiani benestanti che nella crisi ci hanno guadagnato, così come banchettavano ai tempi della spesa pubblica facile.
Una formula politica che escluda il “centro moderato” dall’area del governo. Che faccia perno su una sinistra rinvigorita e che guardi ai “radicali di centro”, come Bersani ha definito il M5S, per realizzare una rivoluzione in italia: quella di far pagare le tasse anche ai benestanti e di usare quei soldi per tirare fuori dai guai il paese, e non per alimentare le solite corruttele.

venerdì 3 febbraio 2017

La vecchia guardia ha nuove idee? Bersani, D’Alema e i conti con la storia.

Michele Bonforte 

Lo ammetto, mi piacciono le frasi zen-emiliane di Bersani e la sagacia pungente di D’Alema. La grande esposizione mediatica della coppia è una delle poche ragioni che mi tengono seduto davanti ai talk show. Ma appunto guardo i due come uomini di quel particolare spettacolo che è oggi la politica. E a personaggi dello spettacolo non si chiede coerenza ma brio.
Approcciare ai discorsi di D’Alema e Bersani partendo dalla coerenza tra quel che dicono oggi e quel che hanno fatto ieri, può privarci del gusto dell’ascolto, ed offuscare la comprensione di quello che pare essere una rinascita del pensiero.
Certo i due narrano della gravità della situazione attuale, partendo chi dalla situazione economica mondiale (Bersani) chi dalle novità a sinistra nella famiglia del socialismo europeo (D’Alema), senza dire nulla del ruolo che hanno avuto ambedue nel modo in cui la globalizzazione si è realizzata in Italia o nella parabola liberista della sinistra moderata europa.
Il punto apprezzabile è che i due vedono con occhiali molto simili ai miei l’attuale realtà sociale e politica, sdoganando un concetto che fino a pochi mesi fa sembrava isolato nella ridotta della sinistra radicale: senza un rinsavimento della sinistra dalla sbornia liberista, la rabbia sociale di chi sta subendo la crisi economica degli ultimi 10 anni potrebbe guardare alla nuova destra “sovranista”, mettendo a rischio l’assetto democratico del paese.
Il discorso, a voler essere seri, diventa fragile quando si passa dalla denuncia alla proposta.
Per tirar fuori il paese (e l’europa) dai guai in cui siamo, ci vorrebbe un nuovo piano Marshall. Un piano di investimenti pubblici sia indirizzato all’interno del paese, per dare lavoro al 40% di giovani che sono disoccupati. Sia indirizzato verso i paesi del mediterraneo, per arginare una migrazione che unendo fuga dalla guerra con la fuga dalla miseria e dalla desertificazione causate dalla riscaldamento globale, può assumere proporzioni mai viste, che nessun muro potrà arginare. A meno di essere disposti a perdere se stessi ed ad uccidere (e a farsi uccidere) per fermare masse di disperati.
Ma diversamente dal piano marshall originario, difficilmente sarà possibile finanziarlo in deficit. Da un lato l’euro ci lega le mani, dall’altro l’ultimo governo PD ha sciupato 30 miliardi di debito pubblico (la famosa flessibilità concessa dall’europa) per tentare di comprare il consenso al referendum costituzionale senza peraltro riuscirci.
Per mettere mano ad un piano simile occorrerà toccare i privilegi fiscali dei ceti benestanti, applicando una tassazione dei patrimoni e dei redditi che si ispiri ai pur moderati criteri della germania o di altri paesi del nord.
Ma qui casca l’asino e si torna alla politica. Da 40 anni la tutela del diritto all’evasione fiscale sta alla base di tutte le alleanze politiche che hanno avuto accesso al governo. Governi di destra e di sinistra, chi rivendicandolo chi no, hanno di fatto contribuito a spostare i redditi dal basso verso l’alto. Nel mercato con la riduzione delle retribuzioni e l’esplosione dei bonus dei manger, nella politica con le tasse sugli ultimi e gli sgravi e la tolleranza sui primi.
Per realizzare una svolta occorrerebbe una formula politica che non si basi sui voti di quei 5-6 milioni di italiani benestanti che nella crisi ci hanno guadagnato, così come banchettavano ai tempi della spesa pubblica facile. Una formula politica che escluda il “centro moderato” dall’area del governo. Che faccia perno su una sinistra rinvigorita e che guardi ai “radicali di centro”, come Bersani ha definito il M5S, per realizzare una rivoluzione in italia: quella di far pagare le tasse anche ai benestanti e di usare quei soldi per tirare fuori dai guai il paese.
Dubito che un tale immane compito politico possa essere affrontato da chi (Bersani) ha perso elezioni già vinte per inseguire Monti, o da chi cercava (D’Alema) a tutti i costi di far nascere un partito di centro con cui allearsi.
Sono tempi duri e nuovi. La vecchia guardia, se vuol dare un contributo fattivo, trovi idee nuove, e ci indichi gli errori da cui guardarci in futuro.

lunedì 30 gennaio 2017

Renzi: dalla rottamazione alla rimozione

Michele Bonforte 
(del comitato promotore sinistra italiana di reggio emilia)

Dopo la rottamazione Renzi diventa l’alfiere della rimozione.
Con il solito piglio agita la convention degli amministratori del PD, promettendo vittorie future, ma omettendo le ragioni delle sconfitte passate.
Sconfitte non di poco conto. Aver tenuto inchiodato l’intero paese intorno ai deliri costituzionali del suo cerchio magico non gli sembra meritevole di una spiegazione. Come mai 19.420.271 di italiani hanno bocciato il quesito (ben di più dei 15.783.269 di italiani che bocciò nel 2006 il quesito di Berlusconi)? Nessuna risposta giunge dalle parti del PD.
Né maggiori spiegazioni arrivano in merito alla bocciatura della Corte Costituzionale della legge elettorale, che era stata imposta a colpi di fiducia. Come mai si è scritta una legge palesemente anticostituzionale? Come mai, aggiungerei, il Presidente della Repubblica non l’ha rinviata alle Camere per vizi evidenti di costituzionalità?
Ci sarebbe da ridere se non si percepisse l’allarme di una situazione in cui l’unico filtro fra l’azione del governo e l’illegalità costituzionale è il popolo sovrano e la Consulta, poiché le aule del Parlamento ed il Colle ormai approvano sotto dettatura ogni richiesta del Principe.
Ma se la manovre eversive di Renzi in ambito istituzionale non gli hanno dato soddisfazione, non meno sofferenza viene dal bilancio sulla politica economica e sociale.
Dopo aver speso ben 30 miliardi in bonus vari, con lo scopo ufficiale di far ripartire l’Italia, ma con quello più realistico di comprarsi il consenso per il referendum, siamo oggi al redee rationem: la commissione europea (che gli aveva benevolmente dato corda sperando in un esito positivo del referendum) ora rifà i conti e ci chiede un aggiustamento di almeno 5 miliardi. E i dati Istat certificano, che assorbita la droga degli incentivi, l’occupazione ristagna alla faccia del tanto sbandierato provvedimento rivoluzionario del jobs act.
I 1000 giorni di Renzi sono stati un autentico disastro per il paese.
Ma da giocatore compulsivo qual è persa una mano, raddoppia la posta, per rifarsi nella mano successiva. Le elezioni politiche anticipate potrebbero permettergli di cancellare la sinistra PD dal parlamento, e di presentarsi quale unico leader di un’area di centro allo sbando, contro il pericolo M5S, puntando così ad un governo PD-FI.

E’ questo oggi il nostro compito politico immediato: spostare l’elettorato di sinistra fuori dall’abbraccio di Renzi-Verdini-Berlusconi.
Bisognerà certo costruire un nuovo progetto di governo del paese. Ma ciò potrà essere fatto solo sulle macerie di questo PD. O lo fa la sinistra nuova, con una sua proposta convincente e radicale, come già avviene in molti paesi europei, o questo compito verrà preso in mano dalla destra “sovranista”, che potrebbe così esercitare per un non breve periodo l’egemonia sulle classi popolari.
C’è nel nostro paese l’energia politica e sociale per una alternativa. Questa prospettiva passa per la deflagrazione di quell’esperimento sbagliato che è stato il PD.
La sinistra deve avere una propria casa e non essere legata obtorto collo ad un’area moderata che l’ha prima snaturata e poi ridotta all’impotenza.
Solo così potrà giocare una propria partita ed essere riconoscibile agli occhi dei ceti popolari sfiniti e disorientati da una crisi sociale di una feroce.

giovedì 19 gennaio 2017

Social Compact: una terapia shock contro le disuguaglianze

Un pacchetto di proposte sui temi del lavoro, delle pensioni e della sanità, con un investimento di risorse pubbliche. Le stesse che il governo ha buttato via negli ultimi anni senza ottenere nulla.

Giovedì 26 gennaio ore 21
Al Catomes Tot, Via Guido Panciroli 12, Reggio Emilia

con

Giulio Marcon (deputato di Sinistra Italiana)
Guido Mora (segr. CGIL Reggio Emilia)
Andrea Pintus (Ricercatore Unimore)



coordina

Daniele Lonidetti

(comitato promotore Sinistra Italiana Reggio Emilia)


lunedì 19 dicembre 2016

2014-2016 Affinità-divergenze fra il compagno Sassi e noi

Michele Bonforte

Il compagno Matteo Sassi, vicesindaco di Reggio Emilia, a suggello di una discontinuità nella sua e nella nostra vita politica, ha rilasciato un’intervista alla rubrica Decoder di Telereggio il 16-12-2016, dopo alcune anticipazioni a mezzo stampa.
L’intervista è ampia e dai toni pacati, ed annuncia la sua sostanziale adesione al progetto di Pisapia, che intende formare un nuovo partito a sinistra che punti strategicamente ad allearsi con il PD di Renzi.
Diversamente da Pisapia, Matteo si è battuto convintamente per il NO al referendum costituzionale. E’ stato dunque compagno di strada della sinistra del NO, mentre Pisapia sosteneva il SI. E dagli argomenti avanzati durante l’intervista si capisce che qualora si votasse per i referendum sul lavoro promossi dalla cgil, sarebbe dalla parte della cancellazione dei provvedimenti del governo renzi su jobs act e voucher.
Appare dunque stridente la contraddizione logica del ragionamento di Matteo: pur sostenendo che la parte dolente della società ha difeso la costituzione come tutela estrema dal suo impoverimento e dal suo arretramento sociale, indica l’alleanza con Renzi come unico orizzonte politico della sinistra per tutelare la democrazia che, qui come in Europa, viene messa in discussione dai populismi.
Una analisi acefala, dove la mano sinistra non deve sapere cosa fa la mano destra. Si indica il pericolo che la crisi sociale e culturale del paese e le angosce e pulsioni che ne discendono, sfocino in una domanda di autoritarismo e favoriscano un disegno di destra. Ma non se ne vede la causa, come se la crisi in Italia non avesse nelle politiche neoliberiste del PD una sua causa prima. In un deficit di quella che dovrebbe essere la cultura di chi pensa sia utile e possibile governare nei flutti di questa crisi, non si vede e non si indica una possibile alternativa, quasi che il compito della sinistra sia quello di lenire le sofferenze inflitte al corpo sociale da politiche neoliberiste senza alternativa.
Performando la realtà ai propri desideri, si descrive una situazione paradossale: il PD di Renzi, che ha aggredito la costituzione, i sindacati, il lavoro, la scuola ed i diritti sociali è un alleato del “campo democratico”, Il M5S che ha difeso la costituzione, che propone il reddito di cittadinanza e l’acqua pubblica, che dice di sostenere i referendum contro il jobs act, sarebbe il nemico nel “campo populista”.
Citando Civati “Verrà il giorno in cui ci si renderà conto che non si può essere per una riforma dei voucher e sostenere un governo che i voucher non li riforma. Anzi. Che ne fa una bandiera. Il giorno in cui ci si accorgerà che non si può parlare di disuguaglianze nei comizi e nei convegni (che andrebbero aboliti, questi convegni) e non votare nulla di 'simile' in Parlamento. Anzi. Il giorno in cui si prenderà coscienza del fatto che la deriva è iniziata troppo tempo fa e che troppe cose sono successe, per poter anche solo pensare di poter riavvolgere il nastro. Non si può volere il reddito minimo, sostenendo chi è contrario alla sua introduzione. Non si può volere un modello di sviluppo diverso, dopo aver visto sostenere dal proprio governo (e con il proprio voto) Sblocca Italia, Ponte e trivelle.
Verrà il giorno in cui si prenderà atto che sostenere o allearsi con il contrario di ciò che si pensa è una follia. Perdente, oltretutto. Verrà il giorno in cui, dopo aver scritto millemila pagine su come dovrebbe essere il Pd, ci si accorge di com'è, da anni, il Pd e qual è la cultura politica che lo ispira. E di come le cose siano andate inesorabilmente peggiorando.”


Auguro a Matteo di riuscire nel suo intento, anche se tutto fa pensare il contrario. Lo attendo all’azione comune. A giorni vedremo come il governo Gentiloni cercherà di fare carte false per evitare che sui referendum della Cgil si voti. Per loro sarebbe un voto da KO. Per la sinistra e le classi sociali più fragili sarebbe invece un’occasione per cambiare l’agenda delle politiche economiche e sociali. Come e forse più che nel caso della Costituzione ci saranno due campi. Non saranno la destra e la sinistra del ‘900. Ma quello che queste parole potranno significare nel nuovo secolo.

Per adesso prendiamo atto che le nostre strade si separano. Nulla di grave, anche se il nostro intento è di unire strade e percorsi. Lo faremo con Sinistra Italiana e con quanti saranno dalla parte giusta della barricata. Per quanto riguarda Reggio Emilia, siamo perfettamente consapevoli che nella giunta comunale vi sono molti compagni di sinistra. Con loro tutti discuteremo, se vorranno, delle politiche per la città. Avendo perfettamente chiaro che chi opera nelle istituzioni o si isola o rappresenta un percorso collettivo. Noi faremo riferimento in consiglio comunale a Lucia Lusenti, che ha aderito a Sinistra Italiana. Ed in consiglio comunale valuteremo i provvedimenti della giunta nel merito. Così sapremo apprezzare lo sforzo di mantenere in ambito pubblico le ASP, come sapremo misurare la distanza fra il progetto di società mista di gestione del servizio idrico, dalla lettera e lo spirito del programma che la coalizione presentò agli elettori nel 2014.