venerdì 24 giugno 2016

Un nuovo municipalismo democratico, contro la centralizzazione neoliberista.

Michele Bonforte

Dalle città d’Europa, dalle loro periferie monta la rivolta.
E’ contro la politica economica e sociale dettata dalla tecnocrazia europea e fedelmente applicata dai governi nazionali, siano essi di centrodestra o di centrosinistra. Con poche variazioni, le risorse vengono pompate dagli ultimi ai primi, il lavoro viene attaccato nella sua dignità, il diritto ad una vita dignitosa viene negato ai disoccupati europei e a chi fugge dalle guerre e dalle calamità naturali. Poiché spesso la realizzazione di questo massiccio accentramento delle risorse in mano a pochi inciampa nella democrazia rappresentativa, vengono imposte ristrutturazioni delle istituzioni volte a centralizzare le decisioni e ad allontanare la partecipazione.
I “memorandum europei” vengono inviati alle periferie dell’impero per essere attuati con rigore. Chi si attarda o resiste viene semplicemente rimosso, con la forza della finanza, con torbide manovre di palazzo.
Questo è il senso della riforma della Costituzione di Renzi in Italia.
Essa tocca anche i rapporti fra le autonomie locali ed il governo centrale. Dopo anni di insensata sbornia federalista, ora si torna indietro di decenni, cancellando l’autogoverno locale, e imponendo un neocentralismo che depaupera gli Enti Locali di molte competenze e costituzionalizza la loro finanza derivata dalle decisioni dello Stato.
Già oggi gli Enti Locali subiscono tagli e rimaneggiamento della fiscalità sulla base di esigenze di cassa dello Stato e delle esigenze elettoralistiche del premier di turno. Ora tutto ciò viene, confusamente, portato nel testo costituzionale.
E’ dunque dalle città che deve crescere l’opposizione a questa deformazione della nostra costituzione. Ogni Sindaco che sia consapevole del proprio ruolo, non può che opporsi alla cancellazione dell’autonomia dei Comuni.

Non è dunque un caso che la prima grande sconfitta di Renzi e del suo comitato d’affari sia venuta dalle città. Anche dove ha vinto il PD, i Sindaci si son guardati bene dal farsi vedere a braccetto di Renzi, o ad aderire alla sua campagna contro la costituzione.

Come sinistra intendiamo partecipare alla rinascita democratica del paese partendo dalle città. Città autonome, capaci di sperimentare politiche di resistenza al neoliberismo.
E per questo schierate contro la riforma costituzionale che le vuole trasformarle in uffici decentrati del governo Renzi.

martedì 21 giugno 2016

Un voto per il cambiamento ... di Renzi!

Michele Bonforte

Renzi perde. Punto.
E perde perché ha deluso il suo racconto surreale di una Italia che ce la fa’, mentre i soliti noti banchettano con i soldi pubblici (13 ml per il job act alle imprese, 5 ml per l’imu dei ricchi), e la disoccupazione e la mancanza di futuro morde i giovani.
Bisognerebbe liberarsi di Renzi, ma temo che la sconfitta lo porterà ad aumentare la posta in gioco. Il referendum costituzionale rischia di scassare la democrazia italiana, fornendo ad una destra, che oggi è divisa ma non sconfitta, la possibilità di far saltare il banco. Grazie anche all’italicum, con un 30% di voti la destra potrebbe comandare in parlamento, conquistare il governo, nominare il presidente della repubblica e controllare la corte costituzionale.
I 5 stelle vincono. Uniscono il vaffa corale a Renzi, con la voglia di sperimentare un’altra agenda politica, diversa da quella disastrosa dell’austerità imposta dall’Europa.
La sinistra-sinistra è messa meglio di quanto appare.
Il risultato di Roma non è così disprezzabile. La vittoria a Cagliari con Zedda di un centro-sinistra che in Italia non c’è più, ci parla della catastrofe politica di Renzi (ma in parte anche di Bersani) che hanno ucciso un progetto politico per l’ossessione di guardare o diventare il centro moderato dello schieramento politico. La vittoria a Napoli, ma anche in altre città più piccole, ci dice della potenzialità di una proposta di sinistra popolare, alternativa al PD.
L’affermazione delle civiche di sinistra, significativa a Bologna e Ravenna, ci parlano di una potenzialità in questa regione tutta da cogliere.
I risultati deludenti di Torino e Milano, ci dicono che c’è ancora molto da fare per essere credibili.
Queste elezioni ci hanno colto in mezzo al guado. Ora si tratta di proseguire con decisione.
Alcune cose sono chiare. Ai ballottaggi l’elettorato di sinistra si è comportato con saggezza, a prescindere dalle indicazioni ufficiali. A Bologna e Milano, dove c’era il rischio della vittoria della destra, ha sostenuto il candidato del PD. A Torino, e Roma dove la proposta di cambiamento era stata interpretata di M5S, hanno preferito votare contro il PD. Un atteggiamento pragmatico, dove è chiaro che fra M5S e PD non c’è una scelta preferenziale, ma dipende dal contesto locale e dalle idee messe in campo.
Chi aveva puntato al riflesso condizionato della sinistra a favore del PD ha clamorosamente sbagliato. Dipingere il M5S come un rischio democratico, mentre si fa’ saltare la costituzione, e si tentano accordi con pezzi di Forza Italia al sud, alla fine non è risultato credibile.
Il vero rischio per la democrazia in Italia è oggi Renzi ed il PD.
Contro il suo populismo tecnocratico occorre mettere in campo un populismo democratico. Una narrazione che parta dalla sofferenza sociale e mandi a quel paese gli amici di merenda di Renzi e soci. Una intransigenza democratica che rifiuti i maneggi di questo gruppo di potere, che vuole prendere in ostaggio la nostra democrazia.
Il referendum costituzionale, ma anche i referendum sociali promossi dalla CGIL, sono la linea di demarcazione.
Chi a sinistra non comprenderà l’esigenza della vittoria del No, si consegnerà all’ordalia del Renzi vincente. Questo vale per la sinistra interna al PD e per quella che vagheggia il bel tempo andato del centrosinistra.
Hic Rhodus, hic salta.

lunedì 20 giugno 2016

Far cose più serie, costruire su macerie, mantenersi viva: ultima chiamata per la sinistra

 Stefano Morselli

 Raramente un risultato elettorale è stato più netto, solare, indiscutibile. E al Pd è andata ancora di lusso, dato che Milano e forse anche Bologna non sono passate alla destra grazie al "soccorso rosso" dei quattro gatti (anzi, gufi) della sinistra. Fossero stati al comando Bersani o Letta, altro che gufi: cornacchie ed avvoltoi starebbero volando ad ali spiegate e a  ranghi compatti. 

C'è da rallegrarsi? Al netto del sacrosanto "ben gli sta", rivolto agli Orfini e altri cortigiani del Capo, non c'è granchè da rallegrarsi. L'astensione è, di nuovo, molto aumentata, beffardamente anche a danno di chi l'ha teorizzata e praticata in occasione del referendum sulle trivelle. Salvo qualche eccezione, la frana del Pd non è compensata da numeri soddisfacenti per la sinistra. Nel cui campo - per proprie inadeguatezze, oltre che per la tenace ed efficace opera di picconamento del Pd - rimangono soprattutto macerie. Ma non c'è nemmeno da disperarsi, come hanno tentato di raccontare le improbabili vestali del Tempio, che gridavano al lupo contro qualsiasi avversario del Pd, in qualsiasi ballottaggio. E' la democrazia, bellezze.

E ora che il Re (mai incoronato, per quanto riguarda il governo, da alcun mandato elettorale) è nudo? Ora, per chi ha minimamente a cuore la malandata sinistra italiana, ci sarebbe da far cose più serie, costruire su macerie, o mantenersi vivo (cfr. Francesco Guccini). Ad esempio, piantandola con le divisioni, le discussioni sul sesso degli angeli, la separazione del capello in quattro. Ad esempio, facendo una bella campagna referendaria per evitare il peggioramento della Costituzione Altrimenti, inutile sia rallegrarsi che lamentarsi. E avanti altri.

martedì 31 maggio 2016

Vecchi per il Si? E’ autolesionismo.

Michele Bonforte

La riforma della Costituzione di Renzi, tocca fra l’altro anche i rapporti fra le autonomie locali ed il governo centrale. Dopo anni di sbornia federalista imposta dal PD con la modifica del titolo 5°, che ha ingenerato un conflitto permanente fra Stato e Regioni, ora si torna indietro. Ma non si torna al testo originario, prima cioè delle manomissioni da apprendista stregone fatte dal PD. Non si ritorna cioè alle autonomie locali, ma un neocentralismo che depaupera gli Enti Locali di molte competenze e costituzionalizza la loro finanza derivata da decisioni dello Stato.
Già oggi gli enti locali subiscono tagli e rimaneggiamento della fiscalità sulla base di esigenze di cassa dello Stato e delle esigenze elettoralistiche del premier di turno. Ora tutto ciò viene, confusamente, portato nel testo costituzionale.
Come è naturale i cittadini si rivolgono più facilmente agli enti locali che non al governo, anche solo per la prossimità dei Sindaci rispetto alla lontananza dei Ministri. Per questo la centralizzazione delle risorse e delle decisioni risponde al criterio generale di riduzione democratica che informa la proposta di Renzi.
Per queste ragioni un Sindaco dovrebbe sostenere il rafforzamento dei Comuni a prescindere, non la loro riduzione in dependance del governo centrale.
Prevale sul merito e sugli interessi dei cittadini, la genuflessione al nuovo imperatore Renzi. Chi spera di far carriera politica nel PD sa bene che alle prossime elezioni i deputati ed i senatori, grazie anche all’italicum, verranno nominati da Renzi e non eletti dai cittadini.

Chi oggi partecipa alla vandea istituzionale renziana può sperare di essere premiato e purgato da precedenti e non opportune collocazioni.
Con questa “deforma” costituzionale saremo meno liberi, e saremo anche più poveri. Ora prendiamo atto che avremo anche un personale politico locale più prono e meno capace di rappresentare gli interessi dei cittadini che li hanno eletti.

Dopo i giganti che hanno fatto la nostra costituzione assistiamo al mercatino delle pulci delle convenienze personali.
Non è per questo che i cittadini votarono Vecchi 2 anni fa.